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recensione
di Tatiana Gorla - aprile 2006
Mente
fervida, quella del giovane Aliprandi, pensiero complesso e argomentativo:
le sue poesie riflettono il tema che ben riguarda molti giovani
di oggi, il problema dell’esistenza, dell’essere al
mondo. Lui, “soggetto” implume, si guarda intorno e
si sente immerso in una sorta di spleen alla maniera di Baudelaire.
Da un lato sta la sua ricerca di un equilibrio, dall’altro
la coscienza di trovarsi in un habitat inadeguato. La prima parte
delle sue composizioni rivela un pensiero piuttosto pessimistico.
Nulla è certo, tranne la sofferenza. Fragile teca, ego ribelle,
sono due spinte opposte per chi si trova come lui al bivio di una
realtà spesso inclemente. Il futuro non esiste, esistiamo,
noi, in questa realtà precaria. Il freddo che lo avvolge
è di evidente matrice psicologica. Anche Simone cerca, come
accade sempre più spesso fra i giovani, di nascondersi, forse
dietro una coperta, per attutire il male di vivere. Ogni tanto,
però, ecco il risveglio del pensiero, la necessità
e voglia di Rinascere, “riprendere vita nei colori del mare”,
ma, soprattutto inizialmente, c’è un impedimento: “Ecco
però sopraggiungere la mia essenza poco armoniosa e vedo
ancora lontano traguardo vincere contro me stesso”. La risposta
con la “R” maiuscola, la fede, sono entrambi elementi
da lui ricercati ma nel contempo troppo impegnativi, sono binari
quasi impraticabili.
Ed ecco, però, che la seconda parte dell’opera di Simone
si apre a nuovi orizzonti: il sogno, la bellezza, la figura femminile.
“Stimoli estetici, brividi inattesi”, compaiono per
la prima volta. Un ego sconnesso, disperso, alla deriva, “mai
pago delle sue allucinazioni”, che ha scoperto il contenuto
della bellezza,”bionda musa incosciente” . L’apparizione
del tema dell’amore, dona sollievo come una droga può
farlo.
Infine: come dice Simone, il risveglio, che, però, è
solo di matrice intellettuale. Il cammino lo ha dipinto solo e tale,
egli decide e sentenzia, solo al fine sceglie di rimanere.
Tatiana Gorla
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