| Lodi,
15 gennaio 2006
“Calati
con forza in una realtà appiattita e irreale, viviamo d’inerzia
e cinismo, fin quando il letargo non riprenderà la sua azione
benefica…sono questi risvegli d’inverno”.
In queste parole, estrapolate dalla breve introduzione di Simone
alla sua silloge lirica, c’è già una chiave
di lettura, per entrare nel mondo interiore del giovane autore e
per mettersi in ascolto delle sue disarmate confessioni in forma
di poesia: “eccomi senza piume né certezze/ sempre
io, sempre a volo libero in una gabbia/ che mi costruisco giorno
per giorno…un ego ribelle/ che cerca solo ciò che non
ha:…essere amati per quel che si è”.
C’è infatti, nelle prime due sezioni, una oscillazione
continua, fra la volontà di capire, di definire, di dominare
il proprio destino, e la consapevole impossibilità, c’è
l’aspirazione ad essere amati per il proprio essere inerme,
fragile, contradditorio, alla speranza di conservare il proprio
precario equilibrio ideale, e la consapevolezza che nulla si può
determinare a priori, che è necessaria una lunga attesa,
quasi un sonno letargico e protettore da crudi risvegli sulla realtà.
Il suo “ego ribelle” è come un “anfibio
in letargo”, che cerca di sopravvivere ad un inverno
metaforico, che blocca energie e sogni, un po’ ingenui e velleitari,
del poeta, e lascia un dominante senso di stanchezza e di torpore,
una sorta di “spleen” baudelairiano. A tratti, si affacciano
presagi di rinascita “ad infinite primavere”, ma si
tratta solo di barbagli di sensazioni “selvatiche e instabili”,
brevi emozioni, legate ad apparizioni femminili.
La terza parte della raccolta, che reca il sottotitolo “Cristalli
di neve per bionde creature” è pervasa da un fermento
vitalistico: l’ebbrezza effimera di un incontro amoroso porta
un’illusione, forse, di una felicità da cogliere al
volo, dimenticando progetti troppo temerari e precari, destinati
fatalmente a troncare la loro dolcissima, ingannevole menzogna.
Il riferimento alla “stanza della Leda” contenuto nel
sottotitolo vuol rifarsi ad una suggestione dannunziana, qua e là
serpeggiante nelle liriche a tema erotico: ma il sensualismo panico
trionfante nel vate del Vittoriale qui è assente, sostituito
da una prevalente nota elegiaca e malinconica, dalla lucida presa
d’atto di una condizione di solitudine intellettuale, che
isola il poeta in un suo cammino, dove non può che “annaspare
contro corrente”.
Il volumetto, stampato in raffinata carta a mano, è corredato
dalle riproduzioni di opere grafiche di Pier Manca, eclettico artista
dalla vena duttile, che non cessa di stupire per la facilità
con cui esperimenta tecniche diverse, dall’olio alla ceramica,
dalle tecniche calcografiche alla scultura in terracotta; animatore
instancabile di iniziative artistiche, Manca è stato spesso
presente in rassegne collettive e personali, ed ora per la prima
volta ha scelto di accompagnare con le sue immagini dei testi poetici.
MariaEmilia Moro
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